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In/Ex di Renée Nazarena Manetta, a cura di Giusi Maria Puglia, è un lavoro multidisciplinare che indaga il vuoto, il corpo e il tondo come figure astratte e altresì carnali che raccontano il percorso in-out che avviene tra un corpo e il suo esterno.
28.03.2026
15:32
05.04.2026
15:32
Ispirandosi al pensiero fenomenologico di Maurice Marleu-Ponty –“carne del mondo”– il corpo non diventa solo oggetto o soggetto, ma un punto di contatto tra i due mondi: quello privato, intimo e profondissimo e quello altro, distante, tangibile. Il corpo, dunque, è relazione incarnata, continua deiscenza, mancanza di coincidenza con sé stesso che, tuttavia, apre la possibilità del senso.
Se col corpo si scivola nella possibilità e/o non esistenza del senso, con il vuoto Renée
indaga una condizione generativa, che accoglie, che prepara all’apparire. Nel vuoto può esistere nutrimento e il necessario silenzio per ri-pensare le definizioni del proprio mondo e del mondo tutto.
Ripensando a come intendeva Gaston Bachelard la condizione di vuoto, esso diventa silenzio e da qui l’estrema possibilità alla parola di emergere, lo sfondo che fa apparire la figura, la cavità che rende sensibile la materia.
«Si avvicina il tempo in cui solo ciò che seppe rimanere inesplicabile potrà aver bisogno di
noi» (Maurice Blanchot, noi non avremmo voluto rispondere.)
Da qui, vuoto e tondo diventano forma.
Definizione ex innātō contrastante giacché il vuoto esclude ogni forma, ogni immagine, ogni
esistenza tangibile.
Ma il tondo se ne appropria richiamando un ritornare al mondo più umani, nella massima
rotondità del sé che invita al raccoglimento,
all’origine spesso inospitale del desiderio.
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Drawing on the phenomenological thought of Maurice Merleau-Ponty—“the flesh of the world”—the body becomes not merely an object or a subject, but a point of contact between two worlds: the private, intimate, and deeply internal one, and the other, distant yet tangible.
The body, therefore, is an embodied relation, a continuous dehiscence, a lack of coincidence with itself which, nevertheless, opens up the possibility of meaning.
If, through the body, one slips into the possibility and/or the non-existence of meaning, through the void Renée investigates a generative condition—one that receives, that prepares for appearance. Within the void, nourishment and the necessary silence can exist, allowing for a rethinking of the definitions of one’s own world and of the world as a whole.
Recalling how Gaston Bachelard conceived the condition of the void, it becomes silence, and from this arises the ultimate possibility for the word to emerge: the background that allows the figure to appear, the cavity that renders matter perceptible.
“The time is approaching when only that which has remained inexplicable will still have need of us” (Maurice Blanchot, we would not have wished to respond.)
From here, the void and the circle become form. A definition ex innātō that is paradoxical, insofar as the void excludes every form, every image, every tangible existence.
Yet the circle appropriates it, recalling a return to the world in a more human way, in the fullest roundness of the self that invites recollection, toward the often inhospitable origin of desire.
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